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ISBN ISSN: 1972-25751 Collana: Civiltà Aurunca
Civiltà Aurunca N° 73
Rivista trimestrale di cultura diretta da Silvano Franco

Civiltà Aurunca N° 73
Autore: AA.VV.

Note:
Fondata da Franco Compasso

ANNO XXV - Gennaio/Marzo 2009
80 Pagine
7 Illustrazioni
Formato 17x24

Prezzo € 9

Disponibile

Editoriale pag. 5

di Silvano Franco

Saggi

Terra, contadini e giacobini nella Repubblica Napoletana pag. 9

di Silvano Franco

Agostino Nifo: spunti per una rivisitazione pag. 17

di Gaetano Mastrostefano

Territorio

Note sull’architettura religiosa tardo medievale della Campania settentrionale.

Il Monastero di S. Anna de aquis vivis in Mondragone pag. 45

di Francesco Miraglia

Note culturali

Il sacrificio di Ifigenia nel mito della tragedia greca: una eroica e infelice

figura femminile nel mondo antico pag. 57

di Fernando Tommasino

Muzio Attendolo Sforza: un condottiero alla corte di Giovanna II di Napoli pag. 61

di Brandisio Andolfi

Sessa Aurunca: luoghi e sapori antichi pag. 67

di Elia Sasso

Recensioni

AA. VV., La rivolta delle arance pag. 77

La Redazione

In questo numero



In copertina Vincenzo Cuoco (1770-1823), scrittore, giurista, politico, saggista ed economista napoletano.

Partecipò alla rivoluzione del 1799; alla Repubblica Napoletana, con l’incarico di organizzatore del Dipartimento del Volturno.

Al ritorno dei Borboni fu incarcerato; condannato alla confisca dei beni, scelse l’esilio, prima a Parigi poi a Milano.

Nel 1806, con Giuseppe Bonaparte, ritornò a Napoli e, successivamente, fu uno dei consiglieri più importanti di Gioacchino Murat.

Noto, soprattutto, per il suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 nel quale imputa il fallimento dell’azione rivoluzionaria all’applicazione dei modelli rivoluzionari giacobini alla realtà meridionale, profondamente diversa da quella francese.



Iniziamo, con la pubblicazione di questo numero 73, il venticinquesimo anno di attività editoriale di “Civiltà Aurunca”. È questa una tappa significativa perché frutto della passione culturale, dell’impegno sociale e dell’abnegazione di quanti gravitano intorno alla Rivista: Editore, Direttore, Comitato di Redazione, Collaboratori ed Abbonati. Chi ci conosce sa bene che il nostro comportamento è improntato alla lealtà, alla schiettezza, alla sincerità e che rifugiamo in qualsiasi occasione o momento dalla falsa modestia; ciò per dire che siamo contenti, soddisfatti ed orgogliosi per il raggiungimento di questo traguardo.

Nel contempo, proprio in virtù della nostra lealtà con abbonati e lettori, riteniamo di poter affermare di aver offerto sempre i migliori contributi possibili, tenendo presente sempre che obiettivo primario di una rivista culturale, oltre alla diffusione della conoscenza storica, sociale, politica, letteraria, artistica, archeologica, etc. deve essere quello di indicare dei punti di riferimento alle giovani generazioni.

Siamo profondamente convinti che nel corso di tutti i 25 anni di attività editoriale il nostro impegno è stato sempre ispirato a questo principio fondamentale, che riteniamo un imperativo categorico a cui deve ispirarsi chiunque opera nel campo culturale, nel tentativo di recuperare quell’aspetto ideale e morale che è parte integrante dell’uomo e che la società contemporanea, purtroppo, ha smarrito o comunque eclissato in nome di un relativismo generale che non ha risparmiato nessun campo.

Questo obiettivo ispirò il gruppo fondatore della rivista nell’ormai lontano 1985 e riteniamo di averlo tenuto sempre presente come stella polare in tutti questi anni. Certo, avremmo potuto fare di più e meglio, ma, convinti come siamo che tutto è perfettibile, ci siamo sforzati di dare il massimo di quanto era nelle nostre possibilità e capacità.



EDITORIALE

Venticinque anni non sono un periodo lunghissimo, specialmente commisurandoli ai ritmi delle dinamiche sociali attuali. Inoltre, in questo periodo si sono verificati cambiamenti sociali, politici, economici, culturali, istituzionali che hanno modificato radicalmente il modo di pensare e di vivere dell’intera umanità; basti pensare alla globalizzazione dei mercati internazionali ed ai suoi conseguenti cambiamenti. In questo

contesto, sia pure partendo dall’ “area aurunca”, a cui la rivista principalmente si ispira, abbiamo sempre offerto il nostro contributo di analisi e di comprensione delle varie tematiche e problematiche presentatesi nel corso degli anni, cercando di coglierne gli insegnamenti più utili ed offrirli alla riflessione soprattutto dei giovani; spesso tramite l’organizzazione di Convegni, Dibattiti pubblici, Seminari, presentazione di libri o di alcuni numeri monotematici della stessa Rivista.

È ancora con questo spirito che abbiamo inteso aprire questo numero con un mio saggio, dal titolo Terra, contadini e giacobini nella Repubblica Napoletana, nel quale si analizza un aspetto fondamentale del mancato radicamento nel popolo meridionale delle idee giacobine o rivoluzionarie in genere. In esso ho cercato, tra l’altro, di individuare anche le ragioni politiche che indussero i giacobini a disinteressarsi o ad affrontare con molto ritardo il problema principe delle masse contadine meridionali: il possesso della terra, cercando, nel contempo, di evidenziare le divergenze parallele degli interessi dei giacobini e dei contadini e le plebi in genere.

I primi interessati a problemi ideali, i secondi interessati alla risoluzione dei problemi materiali.

Inoltre, dalla lettura del saggio emergono alcune considerazioni di carattere generale che ci proiettano in modo drammatico ai giorni nostri, evidenziando un parallelismo impressionante che porta a riflettere sul principio fondamentale dell’autodeterminazione dei popoli e sul diritto di alcuni popoli ad esportare i principi di democrazia con le armi; nei quali noi vediamo una contraddizione in termini ed in atto che non possiamo

condividere. Infatti, riteniamo che i principi di libertà e di democrazia se non nascono come esigenza interiore della base popolare non si possono imporre con la forza delle armi, sia perché non accettati o visti come imposizione, sia perché ritenuti, spesso a ragione, come un escamotage per la conquista di un determinato territorio e di un popolo al fine di sottometterlo per ragioni geopolitiche o per appropriarsi delle materie prime del territorio occupato.

Questo atteggiamento riteniamo non abbia fatto onore per il passato, come non lo faccia oggi o in futuro; anzi siamo certi che contribuisce ad indebolire il principio di democrazia e libertà anche di quei popoli che si comportano in tal modo, alimentando l’odio fra popoli che si ispirano a modi di vita diversi, religioni diverse, concezioni di vita diverse. La libertà e la democrazia possono essere forti, stabili, profonde e partecipate solo se si concretizzano come bisogni spontanei di un popolo che si riconosce in quei principi fondamentali e lotta al suo interno per la conquista continua di essi. Qualsiasi altro modo, al di là di ogni retorica e di ogni discorso demagogico, è falsa libertà e falsa democrazia; a volte peggiore della dittatura. Di questo siamo profondamente convinti ed opereremo sempre, nei limiti delle nostre possibilità, con tutta la forza della ragione, affinché non accada.

Silvano Franco

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